Storia

Le origini: Alessandro Quercetti e la Inco Giochi

La storia dell’azienda Quercetti è profondamente legata alla vita del suo fondatore, Alessandro Quercetti, recanatese di nascita (1920) ma già dal 1921 residente a Torino. Durante la sua attività di operaio aggiustatore alla Westinghouse (1934- 1939) scopre di avere una vera passione per il volo e gli aeromodelli. Questa passione lo porterà, nel 1937, a distinguersi in numerosi concorsi nazionali per modelli volanti a matassa elastica.

Fra le curiosità da segnalare è che alla stessa categoria, e agli stessi concorsi partecipa anche Roberto Giolitto di Torino che, insieme al fratello Guido, darà anche lui vita ad un’azienda di giocattoli volanti in plastica “Aerogiocattoli Giolitto” di una certa notorietà e con prodotti con lusinghieri risultati di vendita e distribuiti in tutt’Italia.

Nel 1938 Alessandro consegue il brevetto di volo a vela e di lì a poco verrà chiamato alle armi come pilota sottufficiale di aerei da caccia e bombardieri, durante l’ultimo conflitto mondiale.

Nel 1945, appena congedato dall’arma, torna a Torino e, dopo una breve parentesi in una segheria di Mezzenile, come venditore di legnami ed un’altrettanto breve esperienza come venditore di macchine utensili, inizia a lavorare in una piccola fabbrica di giocattoli, la Inco Giochi a partire dal settembre del 1947. La ditta è caratterizzata dal fatto che è tutto rigorosamente costruito all’interno e non si utilizzano semi lavorati esterni e poi che, inaspettatamente, non dispone di una effettiva rete di vendita con agenti. L’Industria Costruzione Giocattoli nasce a Torino in via Pietro Giuria 39, nel 1946: si occupa della produzione di giocattoli, trenini, barche, tram, realizzati in lamierino piegato e litografato oppure in zama, una lega di zinco che, purtroppo, con il tempo può deteriorarsi. All’arrivo di Alessandro il portafoglio prodotti è composto da un solo articolo, una Rana con carica a molla d’origine tedesca; tutte le creazioni che seguiranno, quindi, sono opera di Alessandro che dimostrerà da subito le sue doti di disegnatore progettista, ma non solo. In perfetta autonomia, riesce infatti a progettare i giocattoli, ne realizza a mano i prototipi, disegna gli stampi necessari ed infine li esegue materialmente. Quindi, a tutti gli effetti, il catalogo di giocattoli Inco Giochi del triennio 1947-1949 è stato opera solo ed esclusivamente di Alessandro Quercetti e comprendeva: la Rana Meccanica (ridisegnata e migliorata nella carica a molla), il Cavallo con indiano Penna Bianca, il Tram a camera singola di Torino con anello di rotaie a cerchio, Il Tram a camera doppia di Torino con soffietto e anello di rotaie a doppio cerchio, la Motrice Littorina a camera singola Torino-Milano gialla, la Motrice Littorina a camera singola Milano-Venezia in due versioni, gialla e blu, la Motrice Littorina a camera doppia con soffietto Torino–Milano, in blu, con e senza personaggi litografati, il Motoscafo Aldebaran, il Trattore, il Veliero Inco, realizzato anche in una versione speciale per la Pasta Agnesi, l’Automotrice Express, l’Automotrice Continental, il Circuito Tranviario, l’Otto Tranviario, il Treno 685/A prodotto anche per Rivarossi.

Nel giro di due anni, però, la fabbrica va in crisi per motivi finanziari e, non ricevendo lo stipendio da molti mesi, Alessandro non può che dimettersi, lasciando ufficialmente l’azienda nel settembre del 1949. Continuerà però a frequentarla per un certo periodo grazie all’accordo con i due titolari che gli concedono l’uso dei macchinari per realizzare gli ingranaggi (rotismi) di un proprio nuovo futuro giocattolo.

Il Cavallo Galoppa

Il nuovo giocattolo che vedrà la luce, dopo molti mesi di sperimentazioni e duro lavoro, sarà il Cavallo Galoppa, in un primissimo tempo chiamato “Cavallo Accidenti” poiché avrebbe dovuto disarcionare il cowboy che gli stava in sella grazie ai movimenti di tutte e 4 le zampe, e non solo di due, come succedeva con Penna Bianca. In realtà il progetto si sviluppò, poi, verso un destriero, con motore a molla, che corre e si muove sul piano su piccole ruote e dove, solo accidentalmente, il cavaliere può cadere dalla sella. In origine, e solo per i primissimi tempi, il cavaliere era fornito, in toto, dalla ditta Lenci di Torino; in seguito, per diminuire i costi, solo la testa e la giubba rimanevano in panno Lenci mentre le gambe erano cucite personalmente dalla sorella di Alessandro, Lisa, in altro meno costoso materiale. La forma del corpo del cavallo la affida, invece, allo scultore Giovanni Taverna (Alluvioni Cambiò 1911, Torino 2008) allievo e poi collaboratore di Leonardo Bistolfi e autore, all’epoca, di rinomati oggetti d’arte (Ceramiche Essevi). Il corpo è diviso in otto parti, due per l’anteriore e due per il posteriore, più le zampe, per permettere alle stesse di accogliere delle piccole ruote. Gli stampi per lo stampaggio ad iniezione della plastica nascono sotto la supervisione della ditta Cossato & Carozzo di Torino che, in effetti, indirizza solo il giovane Alessandro che realizzerà con le sue mani gli stampi.
Per nascondere le imperfezioni generate dall’incollaggio delle otto parti Alessandro utilizza uno strato di “peluria” nera (floccatura) al posto della verniciatura tradizionale. In seguito, però, verrà sostituita dalla verniciatura stessa che non richiedeva la pulitura degli ingranaggi dai peli evitando molti scarti di lavorazione. La coda e le orecchie aveva addirittura pensato di realizzarle in pellicccia vera, ma poi aveva desistito dal proposito. Nasce così il cavallo Galoppa, che vedrà effettivamente la luce nel dicembre del 1950, appena in tempo per il Natale. Riesce, in effetti, a montare solo pochi pezzi in scatole di cartone, tipo fondo e coperchio, in un bel rosso scuro solo con il marchio Hopla in bella evidenza e senza alcuna illustrazione.

Così annotava Quercetti nelle sue memorie:
Montai circa 900 cavalli. Eravamo presso Natale, mi affrettai a venderli girando per i negozi di Torino. [...] Ma l’esito commerciale fu un fiasco solenne. La maggior parte dei Cavalli si rompeva, il motore si staccava dal corpo! A gennaio ritirai tutti i cavalli, pregai i commercianti di avvisare a loro volta i clienti che l’avevano acquistato. Avrei sostituito la merce. L’anno successivo, al contrario, un incredibile, insperato, clamoroso successo”.

Il Natale successivo le cose, infatti, andranno decisamente meglio; siamo nel 1951 e saranno venduti in pochissimo tempo 1700 pezzi a ben 1200 lire ciascuno. Con l’abbondante utile ricavato sarà assai agevole rilevare la stessa Inco Giochi che nel frattempo era fallita: nello stesso anno sarà trasferita nei nuovi locali di Corso Casale.

Giocattoli meccanici brevettati Hopla

Ma, prima di questi fatti, bisogna raccontare come il giovane Alessandro si fosse diligentemente documentato sull’argomento “giocattolo” sia con legami presso negozi compiacenti (Perino Giocattoli) che fornivano volentieri esempi di giocattoli con rotismi sia con precoci ma lungimiranti visite a Norimberga da sempre sede di un florido artigianato dedicato ai giocattoli. Ne conserverà, a lungo, un ricordo di città fantasma, pulita sì dalle macerie di guerra ma ancora sostanzialmente vuota, dove i negozi erano improvvisati in baracche di legno disposte su due file contrapposte. Proprio qui concorda una fornitura di oggetti in legno, come possibili accessori per bambole di lusso, che venderà interamente alla signora delle bambole Lenci, Elena Konig Scavini da poco conosciuta e poi in seguito regolarmente frequentata, grazie alle ambascierie del rappresentante della ditta Mercury di Torino.
In pratica, la ditta Hopla, che diede i natali al primo cavallo Galoppa con floccatura nera, aveva due soci, uno era Alessandro che si occupava della progettazione e della produzione dei giocattoli, l’altro era Briccarello, detto Bricca, suo compagno di corso di pilotaggio all’aeroporto di Ghedi, che si occupava esclusivamente di vendite. L’assortimento della ditta Hopla, tra il 1950 e 1951, ubicata in via Cernaia 16, era composto, quindi, in primis dal cavallo Galoppa, poi dai prodotti marchiati Inco Giochi, e dalle macchinine della famosa e ambita ditta torinese Mercury che costruiva oggetti in pressofusione per l’industria automobilistica. Grazie alla conoscenza ed all’amicizia poi instauratasi con il rappresentante dell’azienda in città, Alessandro era infatti riuscito ad ottenere la distribuzione, in esclusiva, per la Sardegna (sic) in quanto unica zona d’Italia rimasta libera dalla rappresentanza. Pur con un assortimento limitato il successo fu tale da consentire di trasformare una piccola ditta come la Hopla (praticamente a gestione individuale) in un’attività organizzata più grande con almeno tre dipendenti a libro paga. Per questo, nel 1951 la ditta si trasferisce in Corso Casale 49 e si iscrive alla Camera di Commercio e all’Associazione Artigiani di Torino e Provincia come Hopla, Giocattoli Meccanici Brevettati inglobando la Inco Giochi che era stata appena acquistata dal giudice fallimentare.

I prodotti che vengono qui sviluppati e prodotti, praticamente facendo tutto da sè, a partire dal 1952 sono Hopla Sulky con il Cavallo Galoppa, la Corsa Sulky, Hopla Derby, la corsa dei 4 cavalli, il Galoppa Gigante, sia nella versione meccanica che elettrica, l’elettrificazione del Treno 685/A su richiesta Rivarossi, Chicco e Piretta bamboline con carretto, il Veliero, Barca a remi con vogatore, sempre su richiesta della Rivarossi, ed infine il progetto preliminare del Missile Tor ma siamo già a fine decennio e prima dobbiamo parlare dei chiodini Coloredo.

Il successo: le origini del Chiodino

La storia di questo fortunatissimo giocattolo di composizione si dipana tra Francia e Italia a cavallo fra gli anni ‘40 e ’50 nel clima di ricostruzione industriale che si respirava all’epoca, fecondo di opportunità e foriero di innovazioni.
Si parte dalla Fiera di Parigi del 1946 dove, tra ben 96 concorrenti, vince la medaglia d’oro come migliore invenzione il Coloredo, mosaico multicolore in rilievo per bambini dai 3 ai 15 anni. Nella prima versione è composto da una tavoletta in cartone grigio traforata con 640 fori, di formato 120 X 185 mm da 6 mm di spessore, a sua volta formato da 4 strati più sottili incollati tra di loro e rifinita ai bordi con carta dorata o argentata, un foglio, anch’esso traforato, di celluloide trasparente da usare insieme ai “disegni guida” come matrice, una cornice in plastica stampata ad iniezione per inquadrare al meglio la composizione finita, tanti “fiammiferi” con il fusto in legno e con la testa in ceralacca colorata in 4 colori da infilare nella tavoletta stessa, una raccolta di “disegni guida” stampati solo a due colori (rosso e blu, mentre il giallo ed il verde erano rispettivamente rappresentati da un tratteggio rosso e da uno blu) su carta molto sottile per essere facilmente forata dai fiammiferi, due cataloghi stampati a 4 colori, in formato album, che illustravano o 50 modelli da copiare già di una certa complessità o 100 modelli più semplici e di facile completamento. Va segnalato, che nel corso degli anni, per evidenti motivi di difficoltà e di costi di produzione, la tavoletta traforata di cartone si riduce sensibilmente di spessore fino ad arrivare a due soli strati per complessivi 3,5 millimetri.
L’azienda francese che ne deteneva il brevetto, operava nel campo della grafica ed è verosimile si sia ispirata ai processi di stampa a colori con il retino (quadricromia) per concepire questo fortunatissimo “classico” del giocattolo; possiamo anche dire che questo gioco ha anticipato di vari decenni una forma d’arte che oggi chiamiamo “Pixel Art”.
Riportiamo per intero il testo che compare, per molti anni, sulle scatole del Coloredo perché ci riporta all’atmosfera dell’epoca, come diremmo oggi, un mood fatto di sensibilità, semplicità ed un pizzico di candore.
Il Coloredo è un nuovo gioco istruttivo, originale, artistico e divertente. Esso incontra il massimo favore per la sua bellezza, la magnifica colorazione, e la varietà dei disegni che si possono ottenere in rilievo

1953: i Chiodini Quercetti

Era il 1953 quando Alessandro Quercetti fece sua l’idea di questo gioco. Alessandro, capì subito le grandi potenzialità di questo gioco e quando viene a conoscenza, grazie alla segnalazione del suo migliore agente di commercio, Borghesio, che l’azienda italiana che importa già il Coloredo è fallita ne richiede, immediatamente, la distribuzione in esclusiva per l’Italia. Quindi, Alessandro si accolla le spese per brevettare in Italia il gioco dei chiodini e, contestualmente, per farsi disegnare il marchio di fabbrica Quercetti che sarà preferito, d’ora in avanti, a Hopla. L’autore del fortunato marchio, ancora oggi in uso, è il coetaneo Aldo Novarese (Pontestura 1920, Torino 1995) uno dei più grandi type designer italiani, ma anche fotografo, pittore e illustratore, che all’epoca lavorava come collaboratore di Alessandro Butti alle Fonderia Caratteri Nebiolo di Torino, e che sarà universalmente conosciuto per una lunga serie di caratteri che hanno fatto la storia della tipografia italiana, come lo Stop. Oltre al marchio, pensiamo possa essere stato anche l’illustratore di alcune versioni di scatola del Cavallo Galoppa e del Sulky. Da ricordare, però, che la versione definitiva del logo, con la scritta circondata da un rettangolo ad angoli arrotondati, non viene registrato all’Ufficio Marchi e Brevetti che il 19 giugno del 1962.
Dopo un periodo iniziale in cui si limita a vendere l’assortimento francese in Italia, ma con scatole in versione italiana e marchiate, come abbiamo visto, Quercetti, inizia ad apportare una serie di miglioramenti nella produzione e nell’impiego dei materiali. Nella seconda metà del decennio, il primo elemento ad essere prodotto in plastica è il chiodino, che ha una caratteristica forma a funghetto con la testa semisferica ed il fusto a sezione quadrata, cui seguirà la tavoletta traforata finalmente prodotta industrialmente ed a costi competitivi. Si accorciano i tempi fra una serie e l’altra, con edizioni italiane, made by Quercetti, che introducono un chiodino in plastica di sempre migliore qualità e con misure leggermente più grandi (testa da 10mm di diametro anziché 9mm) e, a partire dal 1961, si discostano più nettamente da quelle francesi non solo più per il marchio ma anche per una grafica più moderna e per due importanti innovazioni. La prima riguarda la tavoletta traforata di plastica che è ora proposta in un nuovo più grande formato, 163x221 mm e 900 fori e, per la prima volta, con i fori dotati di dentino-frizione, subito brevettato, per impedire la fuoriuscita involontaria dei chiodini.
La seconda innovazione riguarda il deciso allargamento dell’offerta con l’introduzione di diversi diametri nella testa dei chiodini (da 5, 10, 15, e 20 mm più il formato quadro) che abbandonano definitivamente il fusto a sezione quadrata per una più funzionale sezione tonda, e anche con la testa che si dota di una nuova forma a cupola vuota all’interno e quindi più leggero ed economico. Queste modifiche cambiano l’approccio alla composizione delle figure essendo essa più o meno dettagliata, o di più facile o difficile risoluzione, a seconda dei diametri dei chiodini utilizzati e non solo più in funzione della quantità di materiale impiegato, come avvenuto fino ad allora. Il successo si fa travolgente sui mercati di tutto il mondo, la forma dei chiodini è continuamente affinata sino a stabilizzarsi in quell’inconfondibile profilo della testa a parabola, ergonomicamente studiata per facilitare la presa da parte dei bambini, offrendo più superficie utile: quindi colori, forme, formati sia della tavola che dei chiodini sempre più numerosi e l’adozione di una tipologia di confezioni a cornice, aperte, in cui il prodotto è visibile perfettamente, ne decretano lo status, per Quercetti, di leader mondiale.
Nel 1984 i proprietari del marchio “Coloredo” decidono inaspettatamente di venderlo ad una ditta francese di settore, Jeu Nathan, senza interpellare preventivamente la ditta torinese; curiosamente, quest’ultimi, presentano, per qualche tempo, delle vere e proprie ri-edizioni del vecchio Coloredo con le scatole con la stessa grafica d’epoca e gli stessi fiammiferi di legno e ceralacca. Operazione nostalgia che avrà scarso seguito e si esaurirà nel giro di poco.
Quercetti decide, giocoforza, di cambiare il nome dei suoi famosi chiodini che da allora si chiameranno Fantacolor. Continua così la storia iniziata 30 anni prima e che continuerà, per altri 30 anni a dar vita a nuove idee, disegni, colori, fantasia che ancora oggi fanno sì che si identifichi il gioco dei chiodini con il marchio Quercetti. Oggi la linea di Chiodini Fantacolor Quercetti regala ai più piccoli un mondo colorato fatto di chiodini con cui stimolare l'immaginazione. Le infinite possibilità combinatorie favoriscono la creatività assecondando le esigenze espressive del bambino ed incoraggiandone il pensiero autonomo.

I chiodini nelle Avanguardie artistiche e nell’Arte Contemporanea.

Fu Antonio Bueno (Berlino 1918, Firenze 1984), esponente del “Gruppo ‘70”, rassemblement d’artisti fiorentini noti per aver creato una forma d’arte “tecnologica” che si serviva di materiali d’origine commerciale, pubblicitaria o giornalistica, ad usare per primo, nel biennio 1965-1966, i chiodini Quercetti, per realizzare le sue opere. Si trattava di volti femminili composti con chiodini di diverso diametro. La sua opera “Figura n° 37” del 1966 così realizzata è ancora oggi visibile presso la Gam, la Galleria d’Arte Moderna di Torino.
Ed ancora l’opera “Volto” del 1965 realizzata in tecnica mista con l’utilizzo dei chiodini colorati per delimitare il contorno di un volto femminile è visibile presso la Fondazione Culturale Bruno Caruso di Giardini Naxos a Messina.

In tempi più recenti fanno irruzione nel variegato mondo dell’arte contemporanea, i ritratti di persone dell’artista lombardo Antonio Marciano che utilizza le tavolette modulari ed i chiodini Quercetti più piccoli per quadri che assumono un’estetica che si può definire “pixelata” dove l’immagine è divisa in puntini, come appunto fossero pixel.

1959-1960: il Missile Tor

Dalla passione per il volo di Alessandro, nasce il Tor, un missile giocattolo che sfrutta il meccanismo di lancio con la fionda ad elastico ed è capace di raggiungere i cento metri di altezza. Alessandro applicò per la prima volta ad un giocattolo i principi dell’aerodinamica inventando un meccanismo di apertura ritardata che consentiva il rilascio del paracadute per il rientro a terra senza danni dell’intero missile.
Così annotava Alessandro Quercetti: “Ma com’era sorta tale idea? Lo spunto fu un piccolo pupazzo da lanciare con una fionda; saliva all’altezza del primo piano circa. Un legaccio tratteneva il pupazzo e un piccolo paracadute ripiegato, srotolandosi il legaccio, lo faceva scendere. Era l’epoca dei missili lanciati dai russi che privi di un mezzo di recupero andavano persi, bruciati durante il rientro.
La descrizione coincide perfettamente con Eolo Paracadutista giocattolo volante che godette di un certo successo commerciale della ditta Aerogiocattoli Giolitto di Torino fondata da quel Roberto Giolitto che abbiamo già incontrato nei campi di gara di aeromodelli ad elastico negli anni trenta. Un altro esempio di giocattolo volante, della stessa ditta torinese, che va segnalato a proposito, è l’Astronave Medusa, forse il primissimo esempio di missile da lanciare con la fionda che si serviva di un paracadute per il rientro a terra senza danni della capsula sommitale.
Il successo del Tor fu così clamoroso che così scriveva l’Unità nel 1959:
Un razzo-giocattolo da lanciare con la fionda
Gli scienzati astronautici si trovano in grave imbarazzo: il giocattolo ha infatti risolto uno dei problemi più ardui della tecnica missilistica: il recupero non solo dell’ogiva, ma del razzo intero... E’ vero: i sovietici hanno già dato qualche prova di riportare cagnette e conigli sani e salvi dopo un lancio negli alti spazi della stratosfera. Gli americani si sono provati, sia pure con qualche insuccesso, comunque una scimmietta a terra c’è tornata. Ma il giocattolo razzo è qualcosa che incanta e stupisce a un tempo. E’ l’ultima novità per i ragazzi, i quali, a differenza di qualche generazione passata, si trovano a godere quasi ogni giorno dei progressi della tecnica. Dunque il razzo di cui parliamo (con qualche riferimento scherzoso a quelli veri) è un cono di 25 millimetri di diametro e 25 centimetri di lunghezza, e che viene lanciato da una comune fionda ad elastico. Un ragazzo robusto può “lanciare” il suo razzo in plastica almeno a 50 metri di altezza, mediante lo aggancio dell’elastico a due alette poste sotto l’ogiva. Come avviene il recupero? Ecco il bello del razzo-giocattolo sta proprio in questo. La parte cilindrica del razzo, fino all’inizio dell’ogiva dove si trovano le due alette per il lancio, è tagliata a metà e si apre quel tanto (mediante una leva situata nella parte terminale) per consentire la fuoriuscita di un paracadute in nylon. Ora quando il razzo viene lanciato, la pressione stessa dell’aria tiene bene accostate le due metà del cilindro: ma esaurita “la carica del lancio”, al momento cioè di ricadere, questa pressione naturalmente si allenta, allora la levetta scatta, il cilindro si apre e il piccolo paracadute gonfiandosi permette un ritorno a terra dolcissimo, tale cioè da evitare la distruzione del razzo. Il paracadute viene subito ripiegato (è un’operazione facile), riportato nell’incavo e l’aggeggio è pronto per un nuovo lancio. Il razzo giocattolo, apparso nelle vetrine di Milano recentissimamente, viene venduto al prezzo di 500 lire. E’ corredato di decalcomanie a colori che il ragazzo si divertirà ad applicare a suo piacimento per renderlo più vivace. I tipi in vendita per l’esattezza sono due: a paracadute in nailon e a palette rotanti in legno. Il principio è identico per entrambi: se la scelta cade su quello a palette, al momento della caduta, invece del paracadute fuoriescono le palette orizzontali che depositano a terra il razzo ruotando a mò di elicottero. Il prezzo è il medesimo. La novità prima di interessare i ragazzi ha acceso la fantasia di qualche genitore che, al solito, ha provato su qualche prato di periferia le evoluzioni del razzo, attorniato da una schiera di marmocchi pieni di invidia, pronti a sottolineare sfavorevolmente ogni lancio fallito. [Grom]”

Oggi il Tor è ancora in produzione dopo più di 50 anni ed è in assoluto il gioco Quercetti più venduto, con 14 milioni di pezzi distribuiti in tutto il mondo.

1961-1962: Mach-X e Fireball XL5

Nel 1961 nasce Mach-X, l’evoluzione del Tor, un razzo dalle prestazioni sbalorditive e mai più avvicinate da un giocattolo volante. Il missile partiva da una rampa, mediante due fionde speciali e al culmine dell’ascesa il meccanismo di apertura liberava contemporaneamente una capsula dotata di paracadute e il paracadute per l’atterraggio morbido del missile. Oggi, pur non essendo più in produzione da 40 anni, è uno dei giocattoli più amati e ricordati dai ragazzi degli anni ‘60.
Nel 1964 al giocattolo è stato conferito il prestigioso premio “Pinocchio d’oro” per la categoria “giocattoli in metallo e plastica con movimento”.
La navicella spaziale Fireball XL5 invece, è stata prodotta in diverse decine di migliaia di pezzi, su sollecitazione di un grosso cliente inglese, che, a seguito dello straordinario successo internazionale di una serie TV per bambini, sulle mirabolanti avventure spaziali del colonnello Steve Zodiac e della sua astronave, richiede la realizzazione di un giocattolo volante in plastica da lanciare con la fionda. Si tratta di un’operazione di marketing assai fortunata che farà conoscere ulteriormente il marchio in tutto il mondo e darà notorietà internazionale ai prodotti Quercetti.

1963: Le lavagne magnetiche – 1964: Il trenino

La fortunatissima serie di lavagne magnetiche, che tanto peso avranno nelle fortune della ditta per gli anni a venire, nascono nel 1963 da un accordo commerciale fra la Quercetti e l’inglese Mettoy Playcraft Ltd (Metal Toy) per la distribuzione, in esclusiva per l’Italia, dell’assortimento di lavagne della ditta americana di New York “Child Guidance Toys” marchio della Archer Plastics Inc. Questa ditta, in effetti, è stata una delle prime aziende di giocattoli al mondo ad utilizzare la plastica nel settore sulla scia, però, delle proposte assolutamente pionieristiche ed all’avanguardia della ditta inglese, fondata nel 1932 da Hilary Fischer Page, Kiddicraft “Sensible” Toys. Dopo una prima fase in cui Quercetti si limitò a distribuire i prodotti americani sul territorio nazionale, visto il crescente successo, si allestirono velocemente attrezzature e stampi per lo stampaggio e la realizzazione in Italia di un sempre più ampio assortimento di lavagne magnetiche sia con lettere e numeri calamitati che con elementi geometrici da comporre liberamente.

Anche il famoso Trenino, tutto in plastica, che si muoveva a “energia bambino” e con le rotaie da montare in tanti percorsi ogni volta diversi, e che ha avuto in Italia uno straordinario successo di vendite tale da rimanere in catalogo fino ai giorni nostri, è frutto di accordi commerciali a livello internazionale. Gli stampi vennero, infatti, in un primo tempo, acquistati in blocco dalla ditta Mettoy che non era evidentemente interessata ad utilizzarli in proprio, in quanto specializzata in die cast metallici di automobiline con il marchio Corgi Toys; poi sviluppati e incrementati internamente (1968) con stampi di accessori che ne arricchivano l’assortimento. Da segnalare che lo stesso Trenino veniva prodotto già da alcuni anni, anche oltreoceano, dalla stessa ditta americana delle lavagne magnetiche, Child Guidance Toys, per cui si può verosimilmente riscostruire che la detentrice dei brevetti originali era quest’ultima azienda americana e non quella inglese.

1965: macchinine Husky Toys

Visto il doppio successo riscontrato sia con la linea di lavagne magnetiche che con il Trenino, la collaborazione commerciale con Mettoy continua con l’acquisizione dei diritti per la distribuzione, in esclusiva sul territorio italiano, della linea di macchinine in scala 1:75 Husky, marchio creato appositamente, dalla casa madre, per fare concorrenza alla Matchbox. Realizzate completamente in plastica compreso l’assale, avevano le sospensioni e numerosi accessori dove riporle dopo l’uso. Con il 1970 la linea cambiò nome (Corgi Juniors) ma non fu più distribuita in Italia.

1966-1967 Spirograph, un successo travolgente.

Lo Spirograph è un classico esempio di fortunato rapporto tra scienza e giocattoli; serve, infatti, a tracciare con facilità curve ipotrocoidi ed epicicloidi di grande e spettacolare effetto visivo.
Viene presentato alla Fiera del giocattolo di Norimberga del 1965 dall’ingegnere inglese Denys Fisher che in un primo tempo lo vende con la propria ditta cui subentra, già nel 1966, acquisendone i diritti di distribuzione, l’azienda di giocattoli americana Kenner.
La Quercetti diventa, con tempismo, a partire dal 1967, distributore esclusivo per l’Italia dello Spirograph, investendoci non poche risorse in pubblicità per alcuni anni fino a renderlo uno dei prodotti più diffusi e di successo dell’intero catalogo.

1968: La linea Nogi: una linea di costruzioni rivoluzionaria

Nel 1968 viene introdotta sul mercato una linea innovativa di giochi di costruzione, il Nogi, declinata in una larga offerta di confezioni e tipologie tutta basata su una piastrina di base con profilo a greca da incastrare sul piano, e tutta una serie di moduli a mattoncino a formare strutture o mosaici. Soluzioni tecniche innovative, materiali pregiati, comunicazione e packaging affidati ad affermati professionisti del settore (Studio Dolci di Torino) ne faranno una pietra miliare non solo all’interno dell’assortimento di Quercetti ma dell’intero panorama internazionale del giocattolo.

1968: La linea estivi

Gli aeroplanini Quercetti hanno segnato una vera e propria innovazione nel mondo degli aerei giocattolo, che in quegli anni avevano un costo altissimo per via del materiale utilizzato: gli unici aeromodelli disponibili erano fatti in balsa, difficili da montare, delicati e si rivolgevano principalmente ad un pubblico di modellisti.
La passione per il volo che ha accompagnato Alessandro Quercetti sin da bambino lo ha portato, invece, a realizzare degli aeroplanini che fossero alla portata di tutti.
Nelle sue memorie annotava:
Non esisterebbe l’Azienda se non ci fosse stato il “Galoppa, non si sarebbe consolidata se al Galoppa non fosse seguita la Linea Estiva di valore internazionale”.
Quercetti rivoluziona anche questo settore introducendo fusoliere in plastica e ali in polistirolo espanso che consentivano di ottenere un corretto profilo alare, proprio come negli aerei veri, e quindi prestazioni di volo paragonabili agli aeromodelli professionali. Nascevano così i primi aerei per bambini con alte prestazioni di volo come Sirius, da lanciare a mano o Libella, con motore ad elastico e carrello per decolli anche da terra.
Oggi Quercetti propone un’intera linea fatta di giocattoli volanti, alianti, aerei e missili che stimolano l’immaginazione ed insegnano ai bambini ad osservare il mondo che li circonda, a comprendere concetti fondamentali, sperimentando la velocità del vento, la forza della gravità, l’aria e l’aerodinamica. Accuratezza costruttiva e sorprendente efficienza di volo sono il minimo comune denominatore di tutti i modelli volanti Quercetti

1970: L’apice del successo

L’inizio degli anni 70 rappresenta il periodo di massimo splendore per l’azienda che, in soli 10 anni, è passata da 3 dipendenti a quasi 500. Alessandro Quercetti è ormai diventato un personaggio fra i più famosi ed apprezzati del mondo del giocattolo, il riferimento a cui tutti guardano. E Torino diventa la capitale italiana del giocattolo.

1972: Georello vince e vende

Georello è un successo Quercetti sin da subito. Il primo riconoscimento arriva lo stesso anno con l’attribuzione del prestigioso “Pinocchio d’oro”. Si tratta di un gioco che abbina la funzione della composizione, tipica dei giochi da costruzione a quella degli ingranaggi che producono movimento a catena. Con un numero limitato di elementi è possibile variare, di volta in volta, il modello ottenuto.

Anni ’80: Rami e Pallino

Rami arriva in casa Quercetti nel 1982. Si tratta di un giocattolo rivoluzionario dal forte valore educativo, che consente un primo contatto con il linguaggio dei computer e spiega, in modo molto semplice, come si conta con i numeri binari.
Nel 1985 sulla scia di Rami, viene creato Pallino che decreta un ulteriore successo.
Nello stesso anno un concorrente, alla fiera di Milano, a proposito di Pallino disse:
Si capisce perché nessuno vi sta dietro
Pallino utilizza delle piccole sfere per comporre immagini grafiche su di uno schermo; attraverso l’utilizzo di pulsanti e tasti, nella corretta successione, addestra alla manualità necessaria all’utilizzo dei computer.

2003: una straordinaria invenzione: Skyrail

Nel 2003 la famiglia dei giochi Quercetti si arricchisce di un’altra straordinaria invenzione: la pista sospesa SkyRail. Una pista da costruire assemblando piloni e giunti, sospendendo ai cavi regolabili rotaie dritte e curve su cui far rotolare veloci le biglie.

Ancora una volta si tratta di un gioco assolutamente innovativo, che ha già vinto quattro premi internazionali e che è stato nominato tra i migliori dieci giochi educativi dell’anno al mondo. Protetto da brevetti internazionali ed esportato in tutto il mondo, stabilisce un nuovo standard ludico-educativo di giochi di costruzione, permettendo anche di effettuare esperimenti legati al mondo della fisica.

2010: Scompare Alessandro Quercetti

All’età di 90 anni, scompare Alessandro Quercetti, dopo aver dedicato tutta la sua vita alla creazione di giocattoli innovativi e intelligenti che hanno reso e rendono felici migliaia di bambini. I figli, oggi, proseguono il lavoro del padre con la stessa passione e determinazione, continuando a costruire giocattoli che siano educativi nel rispetto dei valori della sicurezza e del made in Italy.

L’azienda ai giorni nostri – il valore del “Made in Italy”

Oggi a guidare l’azienda è la seconda generazione della famiglia che detiene il 100% delle quote di proprietà: Andrea, Alberto e Stefano hanno ereditato la passione del padre. La storia dell’azienda Quercetti si fonde inevitabilmente con quella di una famiglia che da due generazioni condivide l’amore per il proprio lavoro, l’impegno quotidiano e che, con immutata passione, si adopera per rendere più allegra e spensierata la vita di milioni di bambini, sparsi in tutto il mondo, producendo orgogliosamente tutto in Italia.
La Quercetti & C. SpA è infatti oggi una delle pochissime realtà del settore a poter vantare un controllo diretto dell’intera filiera produttiva. Infatti tutto il lavoro, a partire dalla progettazione del giocattolo fino al confezionamento del prodotto finito è interamente realizzato nell’unica sede di Corso Vigevano, a Torino. L’intero ciclo di produzione, concept, prototipazione, sviluppo, costruzione stampi, stampaggio, confezionamento, spedizione è svolto in Italia con manodopera residente, sviluppando un indotto sul territorio.

Nonostante la crisi economica degli ultimi anni, la scelta di Quercetti di puntare su un prodotto educativo e formativo, realizzandolo interamente in patria, senza l’utilizzo di manodopera straniera, è risultata vincente. La crescita è stata sostenuta negli ultimi anni da un piano di investimenti destinato al miglioramento delle tecnologie esistenti e ad un costante rinnovamento di linee e prodotti, senza dimenticare i valori storici che hanno reso il marchio Quercetti famoso e apprezzato in tutto il mondo. Le linee storiche, come quelle dei chiodini e dei giocattoli volanti continuano ad essere le più rappresentative e riconoscibili per l’Azienda, che continua a rinnovarle e ad arricchirle con nuove referenze. Oggi Quercetti è una realtà moderna e all’avanguardia, che tiene testa ai maggiori player del mercato che, a volte a scapito della qualità, decidono di spostare la produzione all’estero.

Produzione, logistica e qualità

Lo stabilimento si estende oggi su una superficie di 16.000 mq coperti, di cui 14.000 destinati ai reparti produttivi. La produzione media è di 7.000 prodotti finiti al giorno con punte nei periodi di alta stagionalità di 15.000 pezzi al giorno. Quercetti nella sua sede torinese adotta un processo produttivo progettato per ridurre al minimo gli sprechi di energia e di materiali in ciascuna fase, cercando anche di riutilizzarli il più possibile. Tutti gli stampati aziendali fanno uso di carta certificata FSC, costituita da pura cellulosa ECF (Elemental Chlorine Free) e da fibre di recupero: il procedimento di stampa offset impiegato utilizza solo inchiostri a base di oli vegetali senza l'uso di alcool isopropilico e si realizza nel rispetto di un impatto ambientale minimo.

La Qualità è uno dei punti di eccellenza dell’azienda di Torino e si esprime in tutti gli aspetti dell’attività aziendale. Attraverso un levato standard di controllo della qualità vengono verificate tutte le fasi del processo produttivo per garantire che i prodotti siano conformi alla più recente e restrittiva Direttiva 2009/48/CE sulla sicurezza dei giocattoli. Inoltre, prima della spedizione, tutti i prodotti finiti vengono sottoposti a test interni per verificarne ulteriormente il funzionamento ed il corretto confezionamento.

Quercetti è costantemente impegnata a fornire prodotti sicuri e atossici che utilizzano solo materiali certificati. Tutti i prodotti sono testati, da laboratori esterni certificati, secondo le normative di sicurezza internazionali:
EN 71 parte 1, 2, 3
ASTM
CPSIA
e che per ciascun prodotto l’Azienda fornisce un Safety Assesment.

Altra scelta evidente è quella del rifiuto di produrre armi da guerra - giocattoli. Una decisione scaturita dall’esperienza bellica che lo stesso Alessandro aveva vissuto in prima persona, partecipando alla Seconda Guerra mondiale come aviatore.

Infine, l’uso di elettricità nei giocattoli Quercetti è ridotto quasi allo zero, per garantire una tipologia di gioco basata sull’interpretazione mentale e non sul funzionamento del meccanismo elettronico.

[Alberto Quercetti]

FONTI:
Alessandro Quercetti, Da un giocattolo all'energia eolica, la mia storia , 2001.
Davide Coero Borga, La scienza del giocattolo , Codice Edizioni.
Vittorio Marchis, 150 invenzioni italiane , Codice Edizioni.